Alessandra Spranzi

Alessandra Spranzi
Cose che accadono

Le fotografie di Alessandra Spranzi rendono tangibile la poesia della marginalità.
Lei indossa un cappotto a spina di pesce, bianco e nero, nero e bianco, e ci dà le spalle. Tiene le braccia incrociate sulla schiena, in ogni mano stringe delle palle da tennis gialle, nella mano sinistra ne ha due, nella destra una. Insieme queste palline formano un triangolo. La mostra inaugurata qualche settimana fa da Alessandra Spranzi a Bologna con questa fotografia si intitola “Mani che imbrogliano”.
Il cappotto ha l’aria consunta, le palle da tennis sono di seconda mano. L’immagine è stata incorniciata e montata su una parete nera che ostruisce la vista sul resto della mostra. Si riconosce nell’immagine che anche lei, la figura, è a sua volta in piedi davanti a un muro e ciò che tenta di nascondere, viene svelato. “Cose che possono accadere”
è il titolo dell’immagine. Ma le mani davvero imbrogliano, soltanto per la loro intenzione? Non lo sappiamo.
Negli scritti dei suoi ultimi anni, Roland Barthes evitava parole grandi, bellicose e pompose, e scriveva: “Il senso non può essere affrontato frontalmente, bisogna barare, sottrarre, affinare”. Per evitare le eccessive generalizzazioni, astrazioni e sistematizzazioni, tenta di tenere sospeso il più a lungo possibile il senso delle cose – come Alessandra Spranzi in persona che tiene, probabilmente, sospese
le tre palle da tennis e il senso dell’immagine.
In un’altra immagine una forchetta invita un coltello alla danza sul bordo di un bicchiere, in un’altra ancora, una tovaglia che tiene sospesa sopra un tavolo che non c’è. In “Quando la terra si disfa” gli oggetti lottano con la forza di gravità, una signora con la barba è seduta al tavolo, a lume di candela, un’aquila rimane impietrita davanti a un ipnotizzatore. I “Bicchieri a righe” formano una numerosa famiglia trasparente su fondo nero, una mano presenta, contemporaneamente, un uovo grande e uno molto piccolo
e si tenta, invano, di versare un liquido in un bicchiere rovesciato.
Il tutto, spesso, su sfondo nero. L’insieme è nero, recita tra parentesi la descrizione.
Inoltre Alessandra Spranzi, essendo lei stessa parte dell’immagine, tenta di afferrare il latte con la mano, di ammaestrare un uccellino con il flauto e di portare in testa dei libri. Alla fine decora la tavola
con delle festose fiamme. Ci torna in mente l’opera “Stiller Nachmittag” (Pomeriggio silenzioso) di Fischli / Weiss e la laconica descrizione: “L’equilibro raggiunge la sua massima bellezza prima del crollo”
(Am schönsten ist das Gleichgewicht, kurz bevor’s zusammenbricht). La mostra a Bologna (presso la galleria P420) è stata allestita in modo accurato, le immagini appese alla stessa altezza, un poco rialzati
i gruppi di quattro o sei fotografie, la videobox un po’ isolata, ma senza acribia matematica o meticolosa sistematizzazione.
Alessandra Spranzi fotografa lei stessa, ma include nei suoi lavori anche stampe, direttamente o fotografate, che donano alle sue fotografie un’aria vissuta. Come dei pantaloni di secondo mano,
un fazzoletto usato o un tovagliolo dispiegato. Traducendo in azione: come un operaio ozioso, pigramente ciondolante.
La fotografia adora il luccichio, tutto ciò che brilla e che mette in ombra la struttura portante, come una perfetta vernice per auto.
La fotografia ama la luce dei LED, lo screen, che esalta i colori
e il mondo come una brace, come se fossero sintetici. Esatto! Proprio questo! Lo voglio! Eppure nel caso di Alessandra Spranzi è tutto diverso. Non vediamo facciate raggianti, ma le travi sfiorite
e ingrigite, la struttura incerta, la verità in biblico, le rughe nei visi e lo scioglimento dell’ordine.
Viene voglia di toccare le sue immagini perché sembrano materiali, a loro volta si rimmergono nelle realtà dalle quali provengono.
Si vorrebbe ascoltare queste immagini, perché fanno delle domande, sembrano parlare, cosi come i lunghi capelli mossi di una donna che, fotografata di spalle quattro volte, cadono sempre in modo diverso, parlano in modo differente, incespicano per l’emozione.
L’artista tedesco Hans-Peter Feldmann una volta scrisse: “Un prato, proprio verde, erba fitta, nessuna erbaccia, nessun fiore, prato succulento. Non molto grande, forse 20 x 20 metri. Intorno uno steccato. Nella sua versione classica, travi di legno verticali, appuntite in cima, forse alte 1,50 metri. Le travi orizzontali tengono in piedi tutto, a ogni angolo un palo. Oltre lo steccato lo stesso prato, ma un po’ meno ideale. Qua e là un albero, un sentiero, delle grosse pietre, case in lontananza e così via, insomma il mondo. E il prato all’interno dello steccato lo si chiama arte, quello dall’altra parte si chiama mondo.
Poi crolla lo steccato. Improvvisamente anche quello non è più arte
– o forse l’arte è dappertutto. E tu improvvisamente non hai più problemi …”.
Alessandra Spranzi di Milano è una “collezionista di stracci” come Feldmann, come Peter Piller, Moyra Davey e Zoe Leonard, annacqua
di proposito il confine tra immagine e materia, tra vero e falso, tra “arte” e “mondo”, chiama in causa i sistemi ordinanti e li fa inciampare, per strattonare il nostro senso e la nostra mania per le sistematizzazioni.
Come se passeggiando facessimo scorrere la mano sul mondo, rilevando con il nostro palmo tutte le increspature, le variazioni e i segni del tempo.
Alessandra Spranzi appare nelle sue foto e nei suoi video come oggi gli influencer su internet. Ma i suoi prodotti non sono nuovi di zecca, le sue verità vacillano, le sue azioni sono contestabili. Rigirando
la pietra, iniziano le storie. Materiali poveri e situazioni modeste infiammano in modo intenso il nostro senso poetico.
Le cose sono, le cose accadono, tra la materialità, l’immagine
e la pazzia, sempre in modo un po’ sbilenco, mancando di poco l’utilitarismo perfetto a cui ambisce il mondo. L’opera di Alessandra Spranzi abbozza una poesia della magia e dell’incertezza, della marginalità, in un tempo di luccichii e di ambita perfezione.
Anche in numerosi libri d’artista che Spranzi pubblica a scadenza irregolare. Questi libri d’artista offrono, non potrebbe essere altrimenti, più tattilità, più odori e sensazioni dei dati digitali qui presentati.