Carmelo Nicosia

Carmelo Nicosia
A vedere forse accadrà, Etna 2019

Un giovane fotografo, assetato di sapere, osservava un vecchio maestro nello studio polveroso alle pendici dell’Etna, che meticolosamente, immagine dopo immagine, ordinava l’assetto della sua esposizione.

Fuori dalle finestre piegate dalle intemperie, il Vulcano ruggiva e ricordava al mondo la precarietà del genere umano. Vecchie lastre, negativi di grande formato, provini, polaroid ingiallite, frammenti cartacei sbiaditi dal tempo prendevano corpo, il percorso di una vita di azioni e visioni. Il maestro era stato giovane,

impulsivo, aveva cresciuto e accompagnato con le sue foto la comunità montana, dalla nascita alla morte, una sorta di traghettatore di anime. Lui ricordava la guerra, corpi straziati e bambini in fuga, guerra al suono di retorica, la razza perfetta, l’illusione della liberazione.

Il giovane fotografo ronzava intorno e chiedeva possibilità, procedure accelerate, trucchi

del mestiere e strategie vincenti e chiedeva del tempo, il Tempo. Ma il maestro inseguiva uno sguardo forte

e convincente che attraverso la fotografia potesse divenire ricerca di senso, concretezza, una voce solida per il cambiamento.

Auspicava che la fotografia o meglio il cerimoniale fotografico, con le sue severe e ripetitive leggi, potesse costringere a prendere delle posizioni precise, decisioni uniche e irripetibili, una estrema assunzione di responsabilità.

Nel momento dello scatto, come atleti” disciplinati” sul tatami (luogo definito nel quale tutta la sapienza dei contendenti, scaturisce in pensiero ed azione), avviene la possibilità di fissare un punto, una prospettiva, utilizzando gli strumenti dello spazio e del tempo.

Dopo il melanconico rumore dell’otturatore, la scelta è fatta e la sensazione forte è di far parte della realtà, di annusare la storia, di far parte di un tutto in divenire. Fissare immagini, realizzare una narrazione, assume una enorme ed eccitante via di fuga, per un futuro possibile

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