Giovanni Troilo

Giovanni Troilo
The folding city

Nel Sud Italia, tra Foggia e San Severo, ben nascosto in un paesaggio inospitale, c’è un villaggio che dà alloggio fino a 1500 migranti dell’Africa sub-sahariana, che lavorano nei campi circostanti.

Si tratta di una “città pieghevole”, che si espande o si restringe a seconda del numero di lavoratori necessari per il lavoro nei campi o che scompare e ricompare quando serve poco più in là.

Le schiere di abitazioni simmetriche in questa piana desertificata sono l’immagine di una distopia realizzata. La colonia umana su pianeta alieno, a impatto zero.

Non solo paradossalmente perché sono costruite per lo più attraverso il riutilizzo di materiali agricoli dismessi. I teli in polietilene delle serre, i cartoni per gli imballaggi, i bidoni per diserbanti, i gocciolatoi per l’irrigazione. A impatto zero soprattutto perché possono esistere solo a patto di invisibilità, devono restare nascoste nelle pieghe della terra e dell’economia.

Questi ghetti, un vero e proprio stato di eccezione in cui la politica, il diritto risultano sospesi, sono il serbatoio segreto per vincere la guerra della produzione a bassissimo costo. E di cui questa produzione per esistere, per non implodere, non può fare a meno.

In Italia esistono almeno 80 “folding city” nascoste e dimenticate. E riappaiono saltuariamente sui tg della sera per l’ennesimo incidente o quando i prezzi al supermercato sono troppo bassi.