Ivan Terranova

Ivan Terranova

Dall'età di 4 anni si dedica allo studio del pianoforte, dalla musica classica ai linguaggi più moderni, fino ad arrivare allo studio del jazz e l'attività di concertista. Parallelamente, dato il forte impulso creativo e l'interesse maturato negli anni per le arti visive e la fotografia, si iscrive all'Accademia di Belle Arti, dove consegue il diploma di primo livello in "Arti tecnologiche", discutendo una tesi sui legami sinestetici tra musicisti e artisti nelle arti contemporanee. Si laurea nel biennio di Fotografia dell'Accademia di Belle Arti di Catania con una tesi sperimentale sul rapporto tra fotografia e arte effimera. Attualmente collabora come autore, curatore e docente con istituzioni pubbliche e private. Il rapporto esperienziale con un paesaggio concettuale è centrale nei suoi progetti, così come tematiche legate al concetto di territorio, confine e paesaggio contemporaneo, facendo interagire tra loro linguaggi diversi quali installazione, fotografia e video. Frequente nei suoi progetti è la realizzazione di installazioni site-specifico temporanee e finalizzate alla realizzazione di fotografie. I suoi lavori sono stati esposti in mostre e collezioni au territorio nazionale e internazionale.

Era il suo corpo fatto di penne

“Era il suo corpo fatto di penne” è una riflessionesulla percezione che la società contemporanea ha del concetto di paesaggio naturale.
Una visione romantica che non ha riscontri reali, se non attraverso la costruzione e le sovrastrutture create da artisti e mitografi delle geografie.
Un oggetto comune, pur traendo origine da un elemento naturale, viene snaturato da ogni suo riferimento biologico, trasformandosi nella rappresentazione di un mondo in cui organico e artificioso diventano componenti simbiotici dello stesso insieme.
L’ autore riporta la falsa rappresentazione neiluoghi dove immaginiamo di poter osservare l’archetipo, creando un cortocircuito neiconfronti degli stessi codici relativi alla comprensione del mondo contemporaneo.

Giardino Kimbei

Quanto in profondità si può scavare dentro un’immagine? Quante storie, curiosità ed enigmi possono emergere dalla ricerca di ciò che è stato trascritto sulla superficie magico-alchemica dal gesto e dall’osservazione del fotografo?
Giardino Kimbei, attraverso il campionamento e la decostruzione di una stampa fotografica giapponese di fine ottocento, riflette sulla grammatica stessa del linguaggio fotografico. Dal paesaggio originale, ognuno dei campioni prelevati diviene un nuovo mondo circolare sul quale investigare, analizzarne i processi e portarli alle estreme conseguenze.
Una metamorfosi realizzata non per sostituire bensì per prolungarne e amplificare nel tempo le possibilità di lettura di quel piccolo foglio dicarta, chiamata Fotografia, sul quale sono stati sensibilizzati pensieri, scoperte, sogni e paure del genere umano.

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