ivan terranova
1'18"
2020

Come l’antico simbolo dell’Uruboro, presente in culture e popoli di tutto il mondo e che ha
rappresentato per secoli l’energia dell’universo e la natura ciclica di ogni cosa, anche le nostre
giornate sono diventate sempre più conformi le une alle altre. Ogni giorno ricorda il precedente e
anticipa il successivo, in un continuo rimando sempre più inquieto. Ma ad essere cambiato è
anche il nostro rapporto con lo spazio, ed è cosi’ che le nostre case sono diventate i nostri nuovi
templi, dove consumare liturgie sempre più arcaiche e ancestrali, che amplificano in noi la
consapevole percezione di ogni gesto, di ogni suono, di ogni frammento di esistenza.
Lo spazio esterno diventa paesaggio anelato, ma da cui prendere debite distanze. Cosi’ ci
ritroviamo chiusi in perimetri amici quanto limitanti. Le terrazze tornano ad essere i nostri
osservatori astronomici, le finestre il nostro tramite per altre realtà. Arcipelaghi connessi solo
attraverso lo sguardo periscopico di attente vedette.

1′ 18″ è il tempo medio che due individui, a me sconosciuti, percorrono correndo all’ultimo piano
di un parcheggio cittadino. Un ora al giorno. Tutti i giorni, per un mese intero.
Un nuovo territorio dove ricercare quel senso di libertà perduto. Un rituale che diventa anch’esso
ciclico, cosi’ come il movimento compiuto.
Allora mi accorgo che, in un momento di attesa indeterminata e di un futuro incerto, scopriamo di
essere simili a quegli animali che, privati della loro naturalità sociale e dei loro spazi vitali, seguono
ossessivamente e in maniera circolare il confine del loro nuovo mondo.

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