luca magagnin
200 METRI
2020

200 metri è il perimetro d’azione che ha circoscritto la libertà di movimento delle persone presenti sul territorio italiano rispetto alla propria abitazione in seguito all’ordinanza ministeriale del 20-03-2020 in risposta all’ emergenza nazionale causata dalla pandemia Covid-19. Un’ordinanza fortemente restrittiva e limitante per gli individui, una misura drastica atta a ridurre il numero di contagi ormai in crescita esponenziale, una scelta fatta per evitare il collasso del Sistema Sanitario Nazionale già messo in ginocchio dalla diffusione del virus. Alla limitazione si è aggiunto l’obbligo alla permanenza presso il proprio alloggio, eccezion fatta per “comprovate esigenze lavorative”, per andare a recuperare beni di prima necessità e/o farmaci, per motivi di salute o assoluta urgenza; è stata caldeggiata l’osservanza della distanza di sicurezza minima di un metro nell’interazione tra persone. Ragionando su tali disposizioni sono giunto ad elaborare alcune riflessioni che riguardano: sanità e salute delle persone, spazio relazionale nello spazio pubblico e nello spazio privato e modificazioni di interazioni fisiche e virtuali degli individui. Le restrizioni imposte cercano di risolvere il problema sanitario mettendo però a dura prova l’aspetto della salute sociale delle persone e se definiamo l’uomo come “animale sociale”, capiamo bene le possibili conseguenze dannose circa la qualità della vita. Già Aristotele nel IV secolo A.C. descrive come l’uomo in qualità di “animale sociale” tenda ad aggregarsi con gli altri individui e a costituirsi in società, Darwin basandosi sull’osservazione di numerose specie animali tematizzò la coesione sociale come il bisogno di stare vicini ai propri simili per poter ottenere aiuto e difesa. La socialità nasce a livello biologico, diventa presto anche carattere psichico che permette di riconoscersi ed identificarsi ma solo in relazione all’esistenza dell’altro: senza l’interazione saremmo costretti a morire velocemente. Quando la socialità viene meno, è fortemente limitata o costretta, ecco che ci si ritrova in una condizione di deprivazione di godimento di bene essenziale ed è proprio questa mancanza di libertà di interazione e di movimento che va a incidere in modo negativo sulla salute psicologica dell’individuo.
Un secondo spunto di riflessione verte sull’imposizione di limiti, di soglie che circoscrivono lo spazio relazionale allontanando e avvicinando allo stesso tempo lo spazio pubblico e privato di ciascun individuo. Trasponendo il discorso rispetto alla contemporaneità che stiamo vivendo in un progetto fotografico, ho elaborato un lavoro che potesse prendere forma liberamente all’interno delle limitazioni imposte per legge, che potesse far percepire la distanza e le assenze a cui siamo costretti attraverso la vicinanza che proviamo tutti in questo momento, che potesse parlare di qualcosa più intimo e personale dei partecipanti. 200 metri è un progetto in evoluzione come in evoluzione è questo periodo fuori dall’ordinario, è un progetto che fonda la sua forza sul concetto di limite ed è costruito intorno ad esso. Il limite è il primo elemento in cui ci imbattiamo osservando le fotografie, che in primo piano riportano un cancello, una soglia che architettonicamente lo simbolizza, un riferimento però sfocato che ne descrive la sua natura. Si tratta però di una natura ambivalente: da una parte l’effige del distanziamento sociale al quale saremo costretti almeno fino alla sintesi del vaccino, dall’altra quella soglia ambigua che divide la sfera della vita privata di una persona da quella pubblica le quali per natura umana sono da sempre in interazione. Il fatto che il cancello sia aperto diventa una costante fondamentale nella serie, diventa sintomo della volontà interattiva in un momento in cui l’interazione è scoraggiata se non, in alcuni casi, condannata. La soglia conduce immediatamente lo sguardo al soggetto della scena che ad un livello superficiale potrebbe esaurirsi con un classico ritratto di famiglia in salsa distopica ma ad un più attento lettore si proporrà come la volontà del comunicare qualcosa di davvero personale all’esterno e con l’esterno. Questa comunicazione prende forma attraverso la lente del mezzo fotografico e permette di generare una relazione nuova ma ulteriormente mediata nella quale emergono tanto le singolarità e le caratteristiche peculiari (più o meno inconsce delle persone ritratte) quanto, allo stesso tempo, faccia trasparire un comune senso di vicinanza alla collettività in questa situazione surreale in cui ci ritroviamo tutti insieme anche se a qualche metro di distanza.
« 1 di 2 »