Pino musi
Senza Parole, Sardegna
2020

“L’immagine è ciò che sta nello sguardo, che con la sua solida presenza permette alla vista di
guardare. Potremmo anche dire che l’immagine è ciò in cui inciampa lo sguardo impedendo alla
vista di andare sempre “oltre”, al di là di ciò che vede.
Lo “scandalo” della vista, ecco cos’è un’immagine.

                                                                                                                                               Federico Ferrari

La migliore fotografia ci fa attraversare mentalmente, sottilmente, suoni, parole, altre immagini.
La forza della fotografia è in una sintesi moltiplicatrice. Ci sono fotografie che sembrano l’inizio di
storie possibili che l’osservatore può immaginare a suo piacimento, ma la durata che instaura una
fotografia non è narrativa e apre uno spazio di fruizione in cui non si fa che errare sulla sua
superficie come in un incanto. Lo sguardo non resta in tensione in attesa del fotogramma
successivo, come nel cinema. La fruizione di un film è sequenziale, quella di una fotografia è
erratica. Ma cosa mi intriga, mi appassiona, nel praticare la fotografia?
Non la ricerca autobiografica a tutti i costi, quella mi annoia, da qui la condizione di attraversare
questo terribile momento collettivo dato dal Covid senza che esso interferisca sulla concentrazione
mentale riguardante i miei progetti in corso. Al netto della ricerca di contenuti stimolanti e di
confronti interdisciplinari, credo che nel mio immaginario si siano sedimentate, nel tempo, una
quantità di variabili di griglie, frutto del perseverare dello sguardo sul mondo, in costante
condizione di riquadro e di cornice. Il gioco, serio, è, per me, quello di riprendere a piacimento
queste griglie, ma evitando che diventino condizione di esercizio coercitivo, scolastico,
pericolosamente replicabile all’infinito. Un operare che richiede il non subire, quindi,
l’imprigionamento insito nella condizione stessa di “ordine” che la griglia trattiene, ma, senza vezzo
eccentrico (che è scelta facile e distraente), provare a sperimentare altri intrecci di moduli,
dilatazioni, aperture, incastri, partizioni. Da qui, quindi, anche il non voler subire la condizione
forzata di reclusione da Covid, ma invece continuare a riflettere sui tessuti di associazioni tramite i
quali organizziamo tutte le immagini del serbatoio del nostro immaginario e le strutture entro le
quali esse si lasciano cogliere. Il fotografo consapevole del proprio mezzo e del proprio operare è
colui che si propone costantemente di rivedere i tessuti di cui parlo.
Per me la bellezza dell’atto fotografico equivale alla bellezza di una geometria che il fotografo
riesce a rigenerare costantemente, pur lottando con i limiti delle facoltà biologiche.

                                                                                                                                                                Pino Musi

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